Informatica e diritto, XIII Annata, Vol. XIII, 1987, n. 3, pp. 65-90

Giovanni Sartor

Alcune osservazioni sull'applicabilità della logica classica alle norme

La logica deontica, come disciplina di studi basata sul tentativo di applicare strumenti logici a contenuti normativi, nase all'inizio degli anni Cinquanta con la pubblicazione di tre opere fondamentali, elaborate - l'una indipendentemente dall'altra - da von Wright, Becker e Kalinowski.
Nonostante l'ampiezza degli studi da allora sviluppati, da parte di filosofi e giuristi si continuano a sollevare obiezioni sull'impiego di tecniche logiche nella risoluzione di probelmi attinenti alla sfera etico-giuridica. Da un lato, infatti, sulla base d'una concezione prescrittivistica delle norme, si tende a negare la legittimità dell'applicazione  alle norme stesse degli strumenti  della logica (in particolare della logica aletica, fondata sui valori del vero e del falso): dall'altro, in relazione a concezioni diverse delle norme giuridiche e dell'attività del giurista e nell'ambito della problematica sul "metodo giuridico", si mettono in discussione l'utilità e l'opportunità d'applicare al diritto la logica moderna (la c.d. logica formale). All'interno della prima questione viene affrontato solo il problema dell'applicabilità della "logica classica" a contesti normativi.
Nell'esperienza etico-giuridica si compiono sovente inferenze normative che, a livello intuitivo,  sembrano possedere la stessa sicurezza delle inferenze i cui membri siano enunciati descrittivi.
Riconoscere l'ammissiblità d'inferenze logiche tra le norme (anche quando queste consistano in enunciati deontici prescrittivi, cui quindi non siano applicabili valori di verità) non comporta problemi particoalri finché si rimanga nell'ambito d'una considerazione puramente sintattica del calcolo logico. I problemi sorgono quando, passando dalla sintassi alla semantica, si cerchi d'individuare il significato delle espressioni linguistiche usate.
L'analisi delle comuni semantiche logiche estensionali (Tarski, Kripke), basate sul concetto di verità come corrispondenza, dimostra che esse non possono essere correlate alla logica delle norme, in quanto queste non sono enunciati descrittivi o dichiarativi. Nello stesso tempo, però, in mancanza d'una semantica, non è possibile porsi questioni fondamentali circa un sistema logico, come quelle della sua correttezza (semantica) e della sua completezza.
Nonostante le numerose difficoltà connesse col problema dell'applicazione di strumenti logici a contesti normativi, comunque, è possibile prospettare una soluzione positiva, giustificandola in relazione alle diverse posizioni teorico-filosofiche. Innanzitutto, infatti, è evidente che quando le norme consistono in enunciati deontici descrittivi, non v'è ragione per non applicare la comune logica dei predicati (o un'altra logica fondamentale applicabile a contesti aletici). Quando poi le norme non consistano in enunciati deontici descrittivi bensì prescrittivi, sarebbe ancora possibile fondare  l'applicabilità ad esse della comune logica dei predicati, sia proponendo una semantica non collegata alla nozione di verità, sia rinunciando a corredare la logica dei predicati, sia proponendo una semantica non collegata alla nozione di verità, sia rinunciando a corredare la logica delle norme con una semantica estensionale. Infine, per quanto riguarda le proposizioni metalinguistiche aventi ad oggetto norme e, in particolare, gli enunciati che affermano che una certa norma appartiene a un corpus normativo ("enunciati normativi"), si dimostra che la logica degli enunciati normativi non può che "rispecchiare" la logica degli enunciati deontici.

vai al testo integrale / see full text